Edizione di venerdì 17 agosto 2018 | Home - Redazione - Disclaimer - Cookie Policy e Privacy Policy

Pensione 2018: come funziona con il nuovo contratto Lega-M5S

Piano piano, il governo di intenti composto da Lega e Movimento 5 Stelle inizia a prender forma. Nel contratto stilato dai due partiti e posto al vaglio delle rispettive basi elettorali è presente anche una voce relativa alle pensioni, argomento spinoso per ogni Legislatura tanto da aver spinto molti italiani a cercare un modo per godersi il meritato riposo all’estero dopo una vita di sacrifici in Italia.

Vediamo dunque come i partiti guidati da Matteo Salvini e Luigi Di Maio hanno affrontato il tema pensionistico nel loro contratto.

Introdotta la quota 100, ma conviene davvero a tutti?

Punto di partenza del nuovo contratto è il superamento della tanto viturperata Legge Fornero, un investimento da parte del nascente Governo che dovrebbe costare circa 8 miliardi di euro.

Il perno attorno al quale dovrebbe vertere il nuovo sistema pensionistico è quindi quello della “Quota 100“, secondo cui un lavoratore andrebbe in pensione quando la sommatoria fra gli anni di vita e quelli di lavoro arriva, appunto, a 100. Per fare solo un breve esempio, un lavoratore di 65 anni potrà andare in pensione solo se avrà versato almeno 35 anni di contributi.

Le polemiche non mancano. Per quanto la Quota 100 venga considerata generalmente una delle soluzioni più democratiche, questa penalizza ad esempio i cittadini del sud Italia, e in particolare quelli calabresi la cui aspettativa di vita è di 5 anni inferiore rispetto ai connazionali del Nord. Un calabrese, quindi, dovrebbe lavorare lo stesso tempo di un abitante (poniamo) di Bergamo, potendo contare su una pensione inferiore dal punto di vista della gittata temporale.

Chiaramente saranno previste forme di tutela particolare per gli appartenenti alle categorie che svolgono lavori usuranti, ma rimane ancora da capire quali siano con precisione queste categorie. L’attuale normativa non vi include ad esempio gli insegnati che, soprattutto per quel che riguarda la parte femminile del corpo docente, rischiano di non ottenere alcuna agevolazione nonostante la mansione del maestro sia stata già ampiamente riconosciuta come usurante.